La sberla dell’Ocse al governo italiano raccontata dai giornali

“Italia debole anche per Quota 100”: l’Ocse attacca, è scontro con il governo italiano. Secondo l’organizzazione “Quota 100 rallenterà la crescita e farà aumentare il debito pubblico”. Critiche anche sul reddito di cittadinanza. Previsto un 2019 in recessione. “Manovra sottostimata, manifesterò il mio dissenso all’Ocse”, replica il premier Giuseppe Conte. “La riforma crea lavoro”, sottolinea il ministro Matteo Salvini. Dura anche la reazione dell’altro vicepremier Luigi Di Maio: “Facciano l’austerity a casa loro, no alle intromissioni”. Sui rimborsi ai truffati dalle banche Conte fa pressing sul ministro Giovanni Tria.

È contenuta in queste poche righe dalla prima pagina del Corriere della Sera della Sera la sintesi della giornata di ieri che proietta le notizie sull’oggi. E quasi tutte le prime pagine dei nostri quotidiani sono orientate sul monito dell’Organizzazione per la cooperazione e lo sviluppo economico con sede Parigi.

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Ecco, infatti, cosa dice al governo il Rapporto Ocse nella sua essenza: “Quota 100 ‘rallenterà la crescita nel medio termine, farà aumentare il debito pubblico e se non applicata in modo equo rischia di aumentare le disparità tra generazioni’, dice il Rapporto. Secondo Gurría, segretario dell’organizzazione intergovernativa di Parigi, Quota 100 deve essere abrogata, o comunque intesa come misura temporanea. Il Reddito, invece, è troppo generoso, c’è il rischio che spinga molte persone a lavorare in nero, e potrebbe funzionare solo con un ‘sostanziale miglioramento dei programmi di formazione e ricerca del lavoro’” (Mario Sestini, Corriere della Sera)

Le conseguenze di questo andazzo sono un repentino tuffo nel passato: “Il bilancio dell’economia reale è critico. La disoccupazione quest’anno sarà al 12%, 2 punti in più rispetto al 2018, il reddito pro capite è tornato ai livelli del 2000, la povertà tra i giovani aumenta, cresce il divario tra Nord e Sud e sono sempre di più i giovani che emigrano. L’Italia può farcela, concede Gurrìa, ma serve un ‘programma pluriennale di riforme’” (Roberto Petrini, la Repubblica).

Chi ci rimette di più? “Tra i giovani, poi, il quadro resta preoccupante: la percentuale di under25 che non hanno un impiego si è attestata al 32,8%, in lieve diminuzione rispetto a gennaio. Ma, anche qui, restiamo in fondo alle classifiche internazionali: ormai, evidenzia Eurostat, siamo penultimi (dietro di noi c’è solo la Grecia, con il 39,5%, dato di dicembre 2018). La Spagna, con il 32,4% di disoccupazione giovanile, ci ha scavalcato lo scorso mese. Lontanissimi dall’Italia i primi della classe, cioè la Germania che, grazie al sistema di formazione duale, ha mantenuto una percentuale di under25 disoccupati stabile al 5,6 per cento”. (Claudio Tucci, Il Sole 24 Ore)

Dando uno sguardo all’Europa e anche Oltreoceano il quadro economico e le prospettive è tutt’altro che rassicurante: “Neanche l’Europa lascia però tranquilli, ora che il commercio mondiale ha rallentato esponendone la fragilità. Un sistema che punta quasi tutto sulla domanda dei propri prodotti dal resto del mondo si affida alle scelte autocratiche della Pechino di Xi Jinping e ai capricci di Donald Trump. Questa strategia di molti governi dell’euro nel 2018 ha smesso di funzionare. Dev’essere per questo che, poco prima dell’ultimo Consiglio direttivo della Banca centrale europea in marzo, Mario Draghi avrebbe fatto un viaggio a Washington che non prevedeva apparizioni pubbliche. La visita del presidente della Bce nella capitale federale americana non viene ufficialmente confermata dai portavoce della Banca centrale i quali, a una domanda in proposito, rispondono con un ‘no comment’”. (Federico Fubini, Corriere della Sera)

Tuttavia, guardando nei dettagli e spigolando qua e là, la situazione interna lascia qualche margine di speranza: “L’Italia del 2000, a differenza di oggi, è un Paese che prova a diventare virtuoso. L’Europa è ancora percepita più come opportunità che costrizione. Nei portafogli le banconote sono ancora in lire, i vincoli di deficit e debito pubblico sono solo numeri scritti sulla carta dei trattati. Il deficit, dopo gli anni della spesa impazzita, è sotto controllo, l’inflazione (2,5%) non preoccupa. Gli anni precedenti hanno segnato un’inversione di tendenza: il Pil è tornato a marciare e il mix tra la crescita e la riduzione dei tassi ha consentito di avviare la riduzione del rapporto debito-Pil fin sotto i 110 punti. La tendenza è solida — il debito continuerà a calare fino al 2007 — e gli italiani possono guardare con fiducia e speranza al futuro. Più sereni, ma anche più ricchi? Tra la metà degli anni 90 e oggi — spiega uno studio della Banca d’Italia — la ricchezza finanziaria in rapporto al reddito disponibile ha attraversato diverse fasi, riflesso della congiuntura e del doppio shock che colpisce l’economia: l’esplosione della bolla della new economy, nel 2001, e la Grande Crisi dal 2008 in avanti. Ma mentre nella gran parte dei Paesi la ricchezza finanziaria delle famiglie oggi ha superato i livelli del 2007-2008, in Italia le attività finanziarie sono ancora sotto il picco del 2006. Certo è che negli anni di inizio millennio gli italiani possono permettersi di accantonare, sotto forma di risparmi, circa il 15% del loro reddito, percentuale che crollerà negli anni recenti della crisi”. (Roberto Rho, la Repubblica)

Alla fine il ministro Tria c’ha visto giusto. “Anche se ha rischiato di essere passato (metaforicamente) per le armi per aver detto che l’Italia, ormai al secondo trimestre di recessione, sta andando verso la “crescita zero”, il ministro Tria aveva ragione, e torto il premier Conte che lo ha rampognato, accusandolo di non credere agli effetti benefici della manovra di fine anno che a suo giudizio starebbero per arrivare. Tria, che ha presentato ieri mattina l’implacabile rapporto Ocse che offre un quadro perfettamente corrispondente ai suoi timori, se non altro si era già posizionato, come del resto aveva fatto in autunno frenando finché poteva scelte orientate allo sforamento del deficit e all’aumento del debito pubblico, e poi dovendosi arrendere, sebbene poi ci avesse pensato la Commissione europea a ridimensionare le pretese giallo-verdi”. (Marcello Sorgi, La Stampa)

Ed è stato un errore prendersela con il Tria. “Attaccare Tria per le sue tesi e la sua prudenza è un tragico errore dopo i dati Istat sul Pil e ora sulla disoccupazione che mostrano il fallimento della politica economica del Pd e di quella 5 stelle, basate su bonus assistenzialisti, su una struttura verticista del mercato del lavoro e sulla ossessione per la lotta alla corruzione che ha portato al blocco dei cantieri. E ora queste critiche portano a un attacco al sistema bancario nel suo complesso. Tria sostiene, giustamente, che ‘attaccare il sistema bancario, mettere in dubbio la sua solidità, la sua capacità, la sua resilienza, ponendo sospetti su di esso, significa avvallare campagne europee che ci stanno danneggiando e che minano l’interesse nazionale’. La sua è una preoccupazione fondata”. (Francesco Forte, Il Giornale)

Dopo la propaganda, la realtà. “Un malessere che investirà il governo direttamente. Solo il 23 per cento degli italiani ha fiducia nel governo, il secondo tasso peggiore tra i paesi avanzati contro una media del 43 per cento, secondo le rilevazioni Ocse aggiornate al marzo scorso. Intanto Luigi Di Maio risponde con un riflesso pavloviano all’Ocse “l’au – sterity se la facciano a casa loro”. Il ministro dell’Economia replica “l’Ocse non parla di austerity”. E il premier Giuseppe Conte dice di attendere i risultati della manovra. Non c’è nient’altro da attendere. I dati dell’Ocse sono proprio i risultati della manovra. E sono pessimi”. (Il Foglio)

Il tema è sempre il Governo, tra Gemelli diversi e “differenze parallele”. “La certezza è sempre quella, la ricerca della diversità smarrita (e nascosta). Il sottosegretario Mattia Fantinati lo dice così al Fatto: ‘Noi e la Lega siamo diversi e alternativi, siamo il governo delle divergenze parallele’. E la semicitazione di Moro potrebbe piacere a Conte, che in serata ospita a Palazzo Chigi una riunione politica con i big a 5Stelle, Di Maio e Bonafede. Perché il ministro all’Economia Tria balla, sotto le accuse del M5S. E Salvini è un vicino ingombrante. Con cui ormai è tutta una lite condominiale”. (Luca De Carolis, Il Fatto Quotidiano)

Ma c’è chi guarda oltre, alle prospettive di un futuro lontano ma probabilmente anche assai vicino. “Nel 2022 scadrà il settennato di Mattarella. In politica tre anni sembrano un’eternità ma non lo sono. Se in quel momento ci sarà in Parlamento una maggioranza non troppo dissimile dall’attuale, quali che ne siano gli equilibri interni, allora quella maggioranza “si prenderà” la presidenza e non ci sarà più nessuna forza di bilanciamento. Ciò dovrebbe chiarire quale sia la vera futura posta in gioco. Le prossime elezioni politiche non serviranno solo a decidere come sarà composto il nuovo governo. Decideranno anche le sorti della democrazia italiana”. (Angelo Panebianco, Corriere della Sera)

E c’è invece chi fa i conti con quel che c’è ed con il presente. “L’Italia è nel pantano. Galleggia sull’accidia: il patto scellerato tra i due contraenti è già scaduto. Ma sopravvive sull’inerzia: il governo consumato non può ancora cadere. È ormai chiaro che l’innesco della crisi non saranno le eresie oscurantiste di Pillon o i feti finti di Gandolfini, le revanche tardo-autonomiste del Grande Nord o le vandee pseudo-legalitarie del Povero Sud, le relazioni pericolose con la Cina o i finanziamenti occulti della Russia. Sarà la recessione, che è ormai la vera “livella” della fase. Sarà la sicura stangata d’autunno, che nessuno si vorrà intestare. Saranno gli imprenditori, che rivogliono gli incentivi di Industria 4.0. Saranno i sindacati, che chiedono un fisco per la redistribuzione del reddito. E saranno le parti sociali, insieme, che di fronte alla paralisi cominciano già a evocare le elezioni anticipate. Servirebbe la politica, per prima e dopo il voto europeo del 26 maggio. Ma non se ne vede traccia. La destra salviniana è questo impasto cinico di neo-celodurismo compassionevole che ricicla in una micidiale e ansiogena macchina del consenso parole vuote ma ruvide come il legno: sicurezza, identità, nazione, ordine. La sinistra zingarettiana è ancora informe, e come scrive Mario Tronti, parafrasando Hölderlin, somiglia a “un segno… che nulla indica” (il simbolo delle europee ne è la prova plastica). Il Movimento non sa più cos’è, e probabilmente non l’ha mai saputo. Con questo “tripolarismo all’italiana”, la palude non è un incidente: è un destino”. (Massimo Giannini, la Repubblica)