Le telecamere di Huawei sono davvero un rischio per Roma? 

Roma prova a sconfiggere la criminalità di strada con telecamere di videosorveglianza intelligenti targate Huawei, il colosso delle telecomunicazioni cinese. Ma l’iniziativa ha suscitato varie polemiche. La tesi è che il gigante di Shenzhen, capofila nella nuovissima tecnologia della fibra 5G, possa rubare dati personali e mettere a repentaglio la privacy dei cittadini.

“Niente di più illogico”, commenta all’Agi Luigi De Vecchis, presidente d Huawei Italia, secondo cui “si sta ingigantendo un problema che non esiste”. “Innanzitutto, al contrario di quello che si è detto, le telecamere che verranno installate nei quartieri di San Lorenzo e dell’Esquilino non sfruttano la tecnologia 5G, che non ha ancora trovato applicazione. E poi se pure si basassero sul 5G il rischio sarebbe nullo”, afferma.

Sostenere che “Huawei utilizzi strumenti per fare spionaggio non è altro che una leggenda metropolitana”, dichiara De Vecchis che spiega ancora perché: “Credo che non esista un settore industriale più regolamentato al mondo. I protocolli e le procedure vengono stabilite all’interno di Gsma, l’associazione mondiale delle industrie delle telecomunicazioni mobili che riunisce tutti i principali costruttori. Sono uguali per tutti quindi”.

E poi, aggiunge De Vecchis, “c’è un altro aspetto da precisare: i dati non sono gestiti dai costruttori di dispositivi ma dagli operatori telefonici e dai proprietari dei sistemi operativi”. Non è finita: “A voler essere pignoli il software e tutto il centro controllo delle telecamere che verranno posizionate a Roma sono sviluppati al centro CS4 di Cagliari”.

Un accordo per l’istallazione di telecamere simili a quelle del Colosseo

Martedì la sindaca Virginia Raggi ha annunciato i dettagli di un accordo nato già sul finire dello scorso anno e che portò all’installazione dello stesso tipo di telecamere su un’area del parco archeologico del Colosseo. Ora la collaborazione si intensifica con la donazione di dispositivi intelligenza da parte di Huawei che verranno installati nei quartieri centrali e difficili di San Lorenzo e dell’Esquilino. L’annuncio è stato fatto dalla sindaca durante la conferenza stampa di presentazione della Formula-e che si svolgerà nella capitale il 13 aprile. Ma la decisione ha fatto storcere il naso, alla luce della guerra commerciale in corso tra Cina e Stati Uniti, con questi ultimi che invitano tutti i Paesi Nato a boicottare le tecnologie Huawei, sospettate dal governo Trump di essere uno strumento di spionaggio.

Come funzionano le telecamere

Le nuove telecamere intelligenti, ha spiegato ieri la sindaca, “saranno in grado di seguire eventuali vandali o autori di reati e saranno direttamente collegate con le forze dell’ordine. Non solo, nel caso in cui nelle immagini comparisse una persona con precedenti, le forze dell’ordine saranno in grado di intervenire sul posto ancora con maggiore tempestività”. “Le nuove telecamere – ha aggiunto De Vecchis – garantiranno sicurezza a più livelli. Possono essere utilizzate per l’ordine pubblico, come nel caso di episodi di vandalismo su monumenti o opere d’arte, o anche per la tutela ambientale, come per esempio il monitoraggio degli alberi più a rischio”. “In questo modo non solo si può intervenire più tempestivamente, ma addirittura si possono prevedere alcuni tipi di eventi”, ha sottolineato De Vecchis.

Perché il 5G cinese non piace agli americani

Tra Washington e Pechino, spiega Formiche, è in corso un conflitto commerciale e geopolitico a tutto campo, nel quale la centralità è stata assunta proprio dall’elemento tecnologico. In particolare, gli Usa stanno facendo di tutto per evitare che dati sensibili statunitensi o degli alleati possano finire in mani cinesi attraverso le compagnie del Paese. Tra queste, la più pericolosa – sostengono –  è Huawei sospettata dagli Stati Uniti di costituire un potenziale veicolo spionaggio, soprattutto a causa di un articolo della Legge nazionale sull’intelligence che obbligherebbe le compagnie cinesi a collaborare con le autorità di Pechino.

In un nuovo rapporto realizzato dal Nato Cooperative Cyber Defence Centre of Excellence (CcdCoe) di Tallin (un centro di ricerca accreditato presso l’Alleanza atlantica ma dalla gestione indipendente), si pone in evidenza come alcuni timori statunitensi non sarebbero infondati. Lo studio, nonostante non si abbiano ancora evidenze ufficiali di gravi vulnerabilità tecnologiche in specifiche apparecchiature Zte o Huawei (su quest’ultima però il Regno Unito si è recentemente espresso in modo fortemente critico), afferma come sia ancora impossibile escludere i potenziali difetti che potrebbero essere sfruttati in futuro dalla Cina.

Sono stati molti i ‘warning’ statunitensi sul 5G cinese succedutisi nel corso degli ultimi mesi. Uno dei più seri è giunto dal numero uno del Dipartimento di Stato Mike Pompeo. Più di recente la Commissione europea ha pubblicato una Raccomandazione con l’obiettivo di indicare – attraverso una precisa roadmap – un approccio europeo coordinato al dossier, riassumibile in maggiori controlli da attuare in ogni Stato membro e in un più intenso scambio informativo, ma nessun bando delle imprese cinesi, come invece chiedeva Washington.