Il punto di non ritorno nel rapporto tra Lega e M5s

È vero, in politica vale il detto “mai dire mai”. Però potrebbe essere arrivato a un punto di non ritorno il rapporto di governo tra Lega e M5s. Lo si evince da più di un segnale, cui dà corpo la Repubblica con il titolo d’apertura che suona così: “La lega abbagliata dal potere”. Tra virgolette, certo, nel senso che il giudizio viene attribuito direttamente al vicepremier pentastellato Luigi Di Maio, per il quale “il problema non è Tria, il problema è la Lega: vuole prendersi tutto” si legge nell’incipit dell’articolo. Tanto che questo atteggiamento gli ricorda molto il modo di fare “di Berlusconi e Renzi”. Occupazione piena del potere.

Il punto è che per i grillini non è tollerabile ogni ulteriore rinvio del decreto sui rimborsi ai truffati delle banche. “Alla fine di un pomeriggio passato a combattere per cercare di portare a casa quanto promesso ai risparmiatori truffati dalle banche – si legge nella cronaca del quotidiano romano – , Luigi Di Maio si sfoga con i fedelissimi. Ed esplode contro gli alleati: ‘Sono loro che vogliono far fuori il ministro dell’Economia. E lo fanno solo per una questione di potere. Sono abbagliati dal potere’. Il vicepremier M5S è stremato. Era convinto che persuadere Giovanni Tria a firmare i decreti attuativi per risarcire le persone cui ha continuato a promettere, in tutti questi mesi, ‘i soldi arriveranno’, sarebbe stato semplice. Perché pensava che accanto, nella battaglia, avrebbe avuto il presidente del Consiglio Giuseppe Conte il leader della Lega Matteo Salvini. A un certo punto però, durante la riunione di ieri, si è guardato attorno. E ha scoperto che non è affatto così”.

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Il leader 5S, dunque, non vuole passare per l’affossatore del tecnico scelto dal Quirinale, che pure considera responsabile dello stallo, il quale per altro tira dritto per la sua strada avvertendo che non si possono fare “giochi sui numeri”. A raccontare un po’ l’atmosfera è il Corriere: “Giuseppe Conte voleva chiudere, lo aveva annunciato da 48 ore, si era impegnato personalmente, una sintesi era a portata di mano, eppur e quando ha preso la parola, il ministro Giovanni Tria ha cominciato a scuotere la testa, niente da fare, non si può chiudere come vorrebbero i l capo del governo, e con lui i grillini, senza approvare una nuova norma ad hoc. È stato un ping pong, serrato, durato quasi un’ora, fra le tesi di un rimborso unificato per tutti i truffati dalle banche e quel doppio binario che invece ha messo nero su bianco il ministro dell’Economia e che non va giù a Luigi Di Maio. A un certo punto il presidente del Consiglio ha cercato anche di dare una scossa in questo modo: ‘Dobbiamo tutti essere consapevoli di quanto vale questo provvedimento in termini elettorali, la fretta è più che giustificata” ha rivelato. Così la tensione torna alta nei pressi di Palazzo Chigi. A dar voce allo stato d’animo nell’esecutivo è il retroscena di Francesco Verderami che sul quotidiano di via Solferino racconta ”i timori del Carroccio”, preoccupato in quanto “il conflitto permanente danneggia anche noi”.

Ma con un’intervista al Fatto Quotidiano, l’ex ministro della Funzione pubblica, Renato Brunetta (Forza Italia), svela che Giovanni Tria è diventato l’avamposto delle opposizioni, che confidano e fanno il tifo per lui: “Se cade lui, salta l’Italia”. “Un ministro licenziato – dice Brunetta – un uomo indipendente, fa salire lo spread all’istante, ci porta in braccio ai tecnici. Qualcuno rivuole un Monti? Dico agli amici del governo di rifletterci e di supplicare Giovanni: imponi le tue mani sulle nostre teste e proteggici finché voto non ci separi”.

“Ogni pretesto è buono per saltarsi addosso – commenta Vittorio Macioce nell’editoriale su Il Giornale lo stato dei rapporti di forza tra gli alleati di governo –: Tav, autonomia del Nord, trivelle, Via della seta, fisco, rimborsi ai correntisti truffati, spazzacorrotti, castrazione chimica, bastimenti carichi di migranti, famiglia sì, famiglia no, famiglia forse, pensioni, vitalizi, rose e pistole. Di Maio dice che la destra così destra di Salvini lo imbarazza, Giorgetti per conto del suo capitano butta lì una cosa da niente: sono preoccupato, qui volano dossier, ricatti e maldicenze. Un povero osservatore poco smaliziato sulle cose italiane direbbe ‘giù il sipario’. Il governo è un morto che cammina. Nessun patto tra gentiluomini può reggere a questo clima di sfiducia e intolleranza reciproca. Invece no, non succede nulla. Neppure i fantomatici mercati fuggono come spettatori davanti alla rissa. Tutto ancora si regge. Perché? Sceneggiata”.

Ma è davvero così la situazione come la descrive l’editorialista del quotidiano diretto da Sallusti? “È opinione diffusa – risponde indirettamente Stefano Folli dalle colonne de la Repubblica – che Tria non sarà più in carica dopo le elezioni europee, travolto dalle nuove esigenze della diarchia Lega-M5S. In realtà si tratta di una pagina tutta da scrivere. Quel che è certo, la campagna elettorale di qui a maggio sarà ricca di colpi bassi, tipica di una situazione in cui le risorse per puntellare il consenso sono sempre più scarse e quindi oggetto di aspri conflitti. Dopo le elezioni, si dovranno in primo luogo pesare i voti e stabilire i nuovi rapporti di forza tra Lega e Cinque Stelle. A dar retta agli indizi, avremo una Lega più forte e un Movimento più debole, forse molto più debole. Di Maio lo teme fortemente e questo spiega il modo confuso ed erratico con cui ha affrontato il caso Tria”. Resta inevasa una domanda per Folli, alla quale è appesa l’alternativa a cui dovranno dar corpo i 5 Stelle, specie dopo la denuncia circa l’occupazione del potere da parte della Lega: “Questo è il governo dell’ultra-destra che merita di essere spazzato via per difendere la democrazia ovvero è un governuccio a cui i 5S vogliono restare abbarbicati, costi quel che costi?”.