Rousseau multato dal Garante perché inaffidabile. Cosa dicono i giornali

Non è affatto una questione di carattere filosofico. La Stampa di Torino scrive però che “la parola del giorno” è oggi “Rousseau”. Ovvero la piattaforma per il voto online del M5S alla quale il Garante per i dati e la privacy ha commiato ieri la seconda multa “per gravi infrazioni” nel trattamento dei dati e la mancata segretezza e sicurezza del voto. Cinquantamila euro da pagare.

Sotto il titolo “Il Garante: Rousseau non è sicuro. E i 5S lo attaccano: giudizio politico”, la Repubblica spiega che “dopo due anni di istruttoria, il Garante della Privacy boccia la piattaforma Rousseau.

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«Il sistema operativo che ci invidiano in tutto il mondo» (copyright Davide Casaleggio che ne è anche il proprietario) non è solo un colabrodo informatico impossibile da aggiustare perché «obsoleto», basato cioè su un software scaduto cinque anni fa, ma è del tutto inadeguato a garantire la segretezza e la sicurezza delle votazioni promosse dal Movimento Cinque stelle per realizzare in Italia la democrazia diretta” è il sunto.

Anzi, la democrazia diretta “corre il rischio di essere manipolata da chi quel sistema – adottato per far scegliere agli iscritti i candidati nelle istituzioni, le leggi da proporre, se salvare o no Salvini dal processo sulla Diciotti – lo gestisce e lo controlla”.

“Voto manipolabile”, ma Il Fatto distingue

“Entrando nel dettaglio del provvedimento del Garante – spiega il Corriere della Sera – Rousseau, su cui nella votazione di febbraio si sono espressi in poco meno di 60 mila, ‘non gode delle proprietà richieste a un sistema di evoting […] che prevedono la protezione delle schede elettroniche e l’anonimato dei votanti in tutte le fasi del procedimento elettorale elettronico’”.

“Il documento sottolinea come nel novembre 2018 esisteva ancora nei data center Wind ‘una tabella con numero di cellulare e l’Id utente del soggetto votante oltre che i dati relativi all’espressione di voto’”.

“Chi ha scelto cosa, quindi. L’Associazione, scrive l’Autorità, si è poi attivata per cancellare questi dati. Le informazioni sui votanti e sulle loro preferenze—incalza il Garante — sono risultate essere accessibili ed elaborabili da più soggetti, con le stesse credenziali di accesso, senza che i loro eventuali interventi o alterazioni siano del tutto verificabili a posteriori”.

“Per questo vengono evidenziati i rischi dell’intero contesto ormai datato — non è più aggiornabile dal 2013 — per la funzione primaria cui è dedicato”.

Per Il Fatto Quotidiano il titolo è: “Rousseau, voto manipolabile (almeno fino al caso Diciotti)” quello che salvò il vicepremier leghista Matteo Salvini dal processo.

Così poi si legge nel corpo dell’articolo: “Ma superata la coltre delle cospirazioni di palazzo, c’è quella manciata di pagine che distrugge la credibilità del sistema informatico dei 5 Stelle. Almeno quello con cui si è votato finora”.

“Con le Europarlamentarie in corso, infatti, si è inaugurato un nuovo sistema elettorale che prevede ‘due tabelle distinte per i voti e i votanti’, non rende ‘più necessario memorizzare alcun dato sul voto’ e traccia ‘tutti gli accessi admin alle macchine’: ora sarà il Garante a stabilire se la storia è cambiata. Di certo c’è che, fino una settimana fa, non è stata garantita ‘l’integrità, l’autenticità e la segretezza delle espressioni di voto, caratteristiche fondamentali di una piattaforma di e-voting’”.

“Così finiscono le democrazie”

“Condannato il grillismo” attacca il titolo in rosso de Il Foglio per l’articolo del direttore Claudio Cerasa, per il quale “la truffa non è Russeau, la truffa è il grillismo” è l’abbrivio dell’articolo-commento.

Il punto, pertanto, è che ieri “il Garante per la privacy, in altre parole, ha certificato quello che i lettori di questo giornale sanno ormai a memoria: in Italia esiste un partito fondato da un comico, guidato da un pagliaccio, gestito da un clown, eterodiretto dal capo di una indecifrabile srl privata che ha costruito buona parte della sua fortuna politica utilizzando un imbroglio chiamato democrazia diretta, svilendo la democrazia rappresentativa, tenendo in ostaggio gli eletti, mortificando il Parlamento e togliendo sovranità agli elettori mentre veniva offerta loro l’illusione di avere nuovi diritti”.

“La democrazia diretta in salsa grillina, ha ricordato ieri il Garante, è dunque una boiata pazzesca non solo perché è vulnerabile, non solo perché è potenzialmente manipolabile, ma perché ci ricorda con la forza di un ceffone quello che un tempo sosteneva Norberto Bobbio: nulla rischia di uccidere la democrazia più che l’eccesso di democrazia”.

“La democrazia diretta in versione Casaleggio si chiama dunque diretta perché, vendendo il sogno di essere guidata dal basso, è in realtà goffamente diretta dall’alto, da un leader solo (sòla?) al comando senza obblighi di trasparenza che non solo si spaccia per essere un fenomenale esperto di tecnologia pur non essendo stato in grado di produrre niente di diverso (sono parole del Garante) da un insieme di ‘algoritmi crittografici deboli’ caratterizzati ‘da obsolescenza tecnologica’, ma che attraverso il suo modello democratico e nell’indifferenza generale ha promosso una forma di democrazia viziata dal virus del totalitarismo digitale”.

Intanto il Corriere segnala che il Pd ha attaccato una dichiarazione di Stefano Buffagni, potente sottosegretario agli Affari Regionali di Palazzo Chigi, che in un colloquio del giorno prima con Fabrizio Roncone aveva affermato: «Certe brutte cose non sono uscite dall’intelligence del M5S». “Ammettendo quindi – secondo il quotidiano milanese – che il M5S è dotato di una vera e propria intelligence interna. Non sarà quella che ha confezionato i dossier per cui Giovanni Tria ha denunciato una vera e propria «violazione della privacy», almeno è quello che sostiene Buffagni”. “Il M5S ha un sistema di intelligence. È lecito?” si chiede il Pd.